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19 luglio 2022 Omelia Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice nel XXX anniversario strage Via D’Amelio.

Partecipi della loro sorte, per amore

Sono passati trenta lunghi anni e ci ritroviamo ancora in questo giorno che segna uno dei momenti più tristi della storia non solo di questa nostra città e di questa nostra terra, ma dell’Italia intera.

È un dovere personale ed un atto di corresponsabilità sociale fare memoria di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Nessuno di noi può prendere parte a questo atto di memoria per puro formalismo o per mera forma convenzionale. Ma solamente per consapevolezza sostanziale. Siamo qui per assumerci in prima persona la responsabilità di fronte ai fatti, che, purtroppo, ancora devono essere ricostruiti e, soprattutto, riscattati da insabbiamenti, depistamenti, indolenze e connivenze. Altrimenti sarebbe una reiterata condanna di morte di questi meravigliosi amanti della nostra vita e della vita delle generazioni future che abiteranno le case, le piazze e le strade della nostra città e della nostra terra.

Siamo qui per attingere ancora una volta alle nobili e alte motivazioni del loro animo – a quelle «forze morali, intellettuali e professionali» (P. Borsellino) che hanno sostenuto e guidato le loro idee e i loro passi, fino alla tragica e gloriosa fine -, e per essere partecipi della loro sorte. Per amore, per gratitudine, per dovere di coscienza, per obbligo di giustizia. Con sincero pentimento.

L’animo più intimo di Paolo Borsellino emerge, come cartina al tornasole, in quell’intervento alla veglia organizzata nella sua Palermo, a San Domenico, il 20 giugno 1992, dove coglie e tratteggia lo spirito di Giovanni Falcone. Esordisce così, proprio 29 giorni prima della strage di Via D’Amelio: «Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso».

Evidenziava così la lucida consapevolezza di Falcone del “compiersi dei giorni”. La stessa che ritroviamo in lui. La medesima che registra il Vangelo di Luca quando precisa che Gesù, «mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato rapito (ánalémpseos) dal mondo, si diresse decisamente (to prósopon estérisen, letteralmente: «indurì il suo volto») verso Gerusalemme» (Lc 9,51).

Non voglio assolutamente imporre un’etichetta religiosa a Paolo Borsellino, ma credo che il suo profilo umano e di magistrato emerga ancor più nitido se mettiamo in risalto l’intenzionalità cristiana – l’intenzionalità “cristica” – che lo guidava nell’esercizio della sua professione, spinto fino alla consapevole e libera determinazione del sacrificio della vita. È cristiano chi ha la mens e la forma Christi (la logica e la forma di Cristo). Chi gli assomiglia. Chi lo segue usque ad finem, fino alla fine (cfr Gv 13,1).

Il 20 giugno, in quel discorso, risuonò un passaggio che non può essere trascurato: «come la fede ci insegna». Una sottolineatura fatta in riferimento al fatto che Falcone «è morto nella carne ma è vivo nello spirito». Borsellino non rimanda alla citazione del testo neotestamentario ma, è evidente, che sono parole che riprendono alla lettera 1Pt 3,18: «Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito». Lo conferma anche l’altro snodo dove il magistrato palermitano mette in rilievo il sacrificio “pro-esistenziale” di Falcone, della Morvillo e della scorta: «Occorre dare un senso alla morte di Giovanni, della dolcissima Francesca, dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti». Quest’ultima frase – «per gli ingiusti» – è chiaramente ripresa ancora dal testo della Prima Lettera di Pietro. In questo testo neotestamentario Cristo è il giusto che muore per gli ingiusti. Ma attenzione non solo a causa degli ingiusti ma anche in favore degli ingiusti, dei malvagi, anche di chi lo uccide. Perché quella di Cristo è una redenzione totale, universale. Per tutti. L’Apostolo arriverà a dire: «Mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. […] Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,6).

Nel suo discorso Borsellino, per rispondere alla domanda sul perché Falcone non era «fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché non sì è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui?», individua la stessa motivazione che ha mosso Cristo: «Per amore! La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato».

Ritorna di nuovo alla lettera, ma senza rimando, il testo di 1Pt 3,15: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi». L’energia del dono totale di sé da parte di chi ‘conosce’ l’amore di Cristo (conoscenza in senso biblico: di chi ha una relazione con Cristo) diventa contemporaneamente un atto di adorazione del Signore e una testimonianza di speranza per gli uomini e le donne. Una fonte di impegno perché si possa contribuire a quel «movimento culturale e morale, anche religioso» che in quello stesso discorso Borsellino auspicava. La lotta alla mafia deve continuare da parte di tutti, a maggior ragione da parte di chi attinge il nome di Dio dalle Sacre Scritture, di chi partecipa anche della fede di Paolo Borsellino: «Quale dio è come te, che toglie l’iniquità?» (Mi 7,18). Chi ha fede, insieme ad ogni uomo e ad ogni donna di buona volontà capaci di indignazione, si impegna a togliere l’iniquità che opprime la convivenza della citta umana.

Ma entriamo ancora in punta di piedi nell’animo di Paolo, di Giovani. La loro coscienza parli ancora alle nostre coscienze. Borsellino a S. Domenico esplicitamente invocava anche un coinvolgimento religioso: «La lotta alla mafia (pri­mo problema da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata), non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità.

Siamo oggi qui, in questa Chiesa cattedrale, da dove continua a risuonare il Vangelo di Cristo, che sostiene il vissuto di ogni discepolo e discepola di Cristo. Rendiamo grazie a Dio anche per il chiaro orizzonte di fede che ha guidato Paolo Borsellino nel suo alto magistero di magistrato che ha raggiunto il massimo della carriera a cui può e deve aspirare chi esercita questa delicata e ardua professione con spirito di autentico servizio e totale indipendenza: il martirio, l’effusione del sangue. Per amore. L’unica carriera a cui aspira ogni vero discepolo del Crocifisso risorto.

La sua professione di magistrato porta dentro questa intenzionalità cristica. Autonomia teonoma: magistrato autonomo, indipendente. Uomo integro, cristiano per scelta, testimone di Cristo. Un autentico cristifidelis, un vero laico cristiano. Un uomo, un magistrato, un cristiano che ha speso la sua vita per «una lotta d’amore».

Permettetemi di finire parafrasando la pagina evangelica odierna (cfr Mt 12,46-50). Chi è fratello e amico di Paolo Borsellino, di Giovanni Falcone, dei valorosi uomini e donne delle loro scorte? Chiunque fa suo l’animo e la volontà di Paolo e di Giovanni.  Solamente questi è loro fratello e amico.

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