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Messaggio di Natale dell’Arcivescovo Mons. Corrado Lorefice

Carissime, Carissimi,
riprendendo in mano il racconto della nascita di Gesù secondo il Vangelo di Luca, mi ha colpito il termine visitare. Mi ha dischiuso una feconda chiave di lettura del mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio e del senso della vita di quanti facciamo memoria del suo Natale.
Natale è la pienezza del tempo della visita di Dio al suo popolo (cfr Gal 4,4). Ho riascoltato sotto quest’ottica le parole che troviamo sulle labbra di Zaccaria: “Verrà a visitarci (episképsetai) dall’alto come sole che sorge” (Lc 1,78). Anche sulle labbra di Gesù che piange su Gerusalemme troviamo questo verbo: “Non hai riconosciuto il tempo opportuno in cui sei stata visitata (tês episkopês sou)” (Lc 19,44). Inoltre, sempre nello stesso Vangelo, Gesù passa in mezzo alla gente ponendo i segni messianici, guarendo,
annunciando la bella Notizia e facendo il bene a tutti. E Luca annota: “Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio dicendo: un grande profeta è sorto tra noi e Dio ha visitato (epesképsato) il suo popolo” (Lc 7,16).
Ma mi sono anche soffermato sul fatto che in greco ha visitato è epeskêpsato, un verbo che rimanda alla figura del Vescovo, epìskopos.

Ho potuto così capire perché il Vescovo è colui che visita, che ha come
sua attività fondamentale la visita pastorale, colui che raggiunge, che ha uno sguardo di cura da far arrivare a tutto il popolo a lui affidato. La visita è una costante nel Libro degli Atti, dove più volte, per esempio, si fa riferimento alla visita (episkepsometa) degli Apostoli Pietro e Paolo ai fratelli (cfr 9,32; 15,36; 21,18).
La visita nel linguaggio biblico è essenzialmente la visita di Dio. E io come vostro Vescovo, in questo Santo Natale del Signore Gesù, ho la gioia e il dovere di annunciarvi che Dio viene a visitarci, a prendersi cura di noi. Egli ci ha a cuore. Si mette in cammino verso di noi.

Con tale profonda motivazione – essere un minuscolo riflesso della visita di Dio –, quest’anno, ho attraversato i quartieri, le strade e i mercati della nostra città, ho incontrato le comunità della nostra Arcidiocesi, le tante periferie esistenziali, sono entrato nelle case, nelle chiese, nelle botteghe, negli ospedali, nelle scuole, nelle carceri, nelle università, negli ambienti dello sport e dello spettacolo, nelle sedi istituzionali. Venerdì scorso, durante l’omelia tenuta alla casa Circondariale “Cavallacci” di Termini
Imerese, ho esordito dicendo ai cari detenuti: “Sono oggi in mezzo a voi per condividere con voi il Vangelo, il Vangelo di Gesù in cui c’è scritto: ‘ero carcerato e siete venuti a visitarmi’ (Mt 25,36)”.
A Natale Dio visita il suo popolo nella sua Parola (Lógos, Verbo) fattasi carne (ò lógos sàrx egèneto), che ha preso corpo nel seno di Maria. È lui il ‘visitatore’ “che viene nel nome del Signore” (Mt 21,9), annunciato nelle parole dei profeti (cfr Is 11,1; 45,8; Ger 23,3), in quelle dell’angelo Gabriele a Maria (cfr Lc 1,32-33) e da Zaccaria durante la circoncisione di Giovanni il Battista. Egli è la visita desiderata dagli oranti dei Salmi: “Dio degli eserciti, volgiti, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna” (Sal 79,15).
La visita diretta e definitiva del Signore avviene attraverso la mediazione di Maria, la Vergine di Nazareth, la quale, a sua volta, si mette in cammino sulle montagne della Giudea per andare a casa di Elisabetta sua cugina, anche lei gravida – seppur avanti negli anni – di Giovanni, “l‘amico dello sposo che esulta di gioia alla voce dello sposo” (Gv 3,29).
Alla luce di quella di Maria ad Elisabetta, la visita del Signore nella nostra vita, accolta con gioia e cuore sincero, rende sempre liberi, creativi, tira fuori da aride abitudini e da fragili certezze. Rende capaci di “fretta” evangelica, di rapidità umana e di scioltezza spirituale. S. Ambrogio commenta: “La grazia dello Spirito Santo non sopporta ritardi” (Commento su san Luca, 2, 19-27; CCL 14, 39-42).
In fondo Maria ci invita al discernimento, a custodire il desiderio di vedere i segni della presenza di Dio in noi e attorno a noi, nelle pieghe della storia, nella vita della gente dei nostri quartieri e delle nostre città, dentro le case, tra le strade. Anche noi pronti, in cammino, come Maria che ha avuto il
desiderio e la santa curiosità di andare a vedere, in un villaggio sperduto dei monti della Giudea, il segno generativo che Dio aveva posto nel grembo infecondo della cugina Elisabetta.
L’incontro di Maria ed Elisabetta ci suggerisce che visitare significa uscire da sé stessi, sporgersi verso un appello, ascoltare una parola che ci chiama. Una parola che non viene da fuori ma ci risuona dentro, in quanto portiamo l’altro nel cuore: il suo volto, il suo dolore, la sua vita. Maria visita perché è ‘visitata’ da Elisabetta, è abitata dall’affetto verso di lei. Ogni visita che facciamo è sempre un ricambiare la visita dell’amore e della gratitudine per l’altro che dimora nel profondo di noi stessi. Genera koinonia, comunione.
La visita di Maria ad Elisabetta, infine, manifesta anche il desiderio di servire, di prendersi cura, di porre segni redentivi che trasformano le relazioni, gli spazi e i tempi della convivenza umana nella casa comune che è la città degli uomini e il pianeta che abitiamo. Genera diakonia, servizio.
Questo è l’augurio autentico – non formale – che dobbiamo scambiarci a Natale: continuare a dare voce al saluto di Maria ed Elisabetta, latore della gioia trasfigurante dei segni e dei doni salvifici di Dio, riconosciuti e scambiati, che si desidera far fruttificare nella città e nelle case degli uomini.

L’augurio e il magnificat di chi sa che Dio non è lontano, che “ha visitato e redento” il suo popolo e chiede di mettersi al suo servizio, come visitatori generativi di novità, di nuove vie di incontri e di pacificazione, animatori
di cantieri che edificano la convivenza umana, nel dialogo, nella giustizia e nella pace.
Natale per noi è memoria – non un mero ricordo, ma partecipazione – del mistero salvifico della nascita di Gesù, “il piccolo evento di Betlemme che, per chi crede, ha cambiato la storia del mondo e ci permette di guardare con fiducia anche ai momenti difficili della vita, in quanto illuminati e riscattati dal senso nuovo dato alle vicende umane dalla presenza del Figlio di Dio” (C. M. Martini, La pace di Natale, in La Repubblica, 23.12.2003).
Natale è riconoscere la continua visita del Signore in mezzo a noi, fargli spazio al centro dei nostri impegni umani, farsi riempire il cuore dalla sua presenza perché trabocchi di vita, di gratitudine e di speranza per essere ‘visionari’ di una nuova umanità che ha la grazia e la gioia di camminare con l’Emmanuele.
A Natale si rafforza la consapevolezza di essere stati visitati, radunati, liberati, pacificati, rigenerati, salvati dallo strapotere del male, nonostante la notte sembra ancora sopraffare il tanto bene che avanza silenzioso, la bellezza, la verità, la concordia, la pace, la mitezza, la solidarietà, la fratellanza, la gratuità, la giustizia, la cordialità, la delicatezza che tanti silenziosamente seminano nella giornata umana.
Natale è energia spirituale che mette alle nostre comunità cristiane la fretta sinodale, l’attivazione responsabile e creativa dei Cantieri di Betania, per raggiungere altri luoghi esistenziali, visitare, ascoltare, fare strada insieme, accogliere, apprendere nuovi linguaggi; è gioia dell’incontro, gratitudine per il volto dell’altro, perché è annunzio del felice ‘scambio’ tra Dio e gli uomini, tra gli uomini e Dio. Il Verbo eterno del Padre, “unendo in sé in una sola persona la natura di Dio e la natura del servo” (Leone Magno, Lettera
31, 2-3; PL 54, 791-793), mette la tenda in mezzo a noi nel grembo di Maria fecondato dallo Spirito, la tenda che si distende dalla greppia di Betlemme al sepolcro di Gerusalemme, fino alla Parusia.
Natale è la festa del Dio-con-noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20; Mt 1,23), che tanto ci ha a cuore da visitarci nella nostra totale diversità e distanza, da raggiungerci in questo minuscolo pianeta della Via Lattea che è la Terra, da farsi piccolo, umile, nudo della sua gloria e onnipotenza. Da parlare la nostra stessa lingua, conoscere i nostri sentimenti umani, bere fino in fondo il calice del travaglio della vita, della storia umana da sempre segnata dalla prevaricazione degli empi sul giusto, degli idolatri di sé stessi e delle cose finite ed effimere, che concentrano nelle loro mani potere schiavizzante e “inequità”. Per noi siciliani e per noi palermitani, contemporanei della “terza guerra mondiale a pezzi” (Papa Francesco), questi non sono concetti astratti: conosciamo la pesante crisi economica che mette tante famiglie, provate da vecchie e nuove povertà e dalla mancanza di lavoro, in grave difficoltà; il degrado umano, culturale e ambientale; usura, gioco d’azzardo, speculazioni; il cancro delle organizzazioni mafiose e delle collusioni politiche, la precarietà e gli smarrimenti delle giovani generazioni, la peste dello spaccio e del consumo di crack.
Natale è luce che fa scorgere la presenza di Dio e la sua salvezza nascosta nelle pieghe più profonde della quotidianità, la sua continua venuta in ogni volto e in ogni cuore e che ci dà motivo di speranza anche in un contesto oscuro e difficile come il nostro. Natale è rinvigorire la speranza che ci
rende creativi e vigilanti nell’attesa della venuta definitiva del Signore (Parusia), dei “nuovi cieli e di una nuova terra, nei quali avrà stabile dimora la giustizia” (2Pt 3,13).
Il Natale suscita uno spirito di profezia, di gioia, di semplicità, di esultanza, di penetrazione dei cuori, soprattutto nella quotidianità delle relazioni umane, tale da raggiungere i corpi e le anime, da innescare e accompagnare cambiamenti mentali, culturali e sociali. Infonde audacia profetica alle nostre comunità e alle nostre aggregazioni laicali perché siano radicate e incarnate nel nostro popolo, nel nostro ambiente, partecipi, coinvolte, appassionate fino alla commozione, fino a prendere parte alle sofferenze e alle attese che rivelano i volti di quanti incontrano e raggiungono.
C’è un fiotto di luce che raggiunge e illumina nella notte profonda il Neonato avvolto in bende nella mangiatoia della stalla di Betlemme. Contempliamo insieme questa luce di Natale.

È una luce umiliata, non sfolgorante, presente in mezzo alle tenebre della storia e posata sulle lividure dei tanti corpi che patiscono adagiati ai margini della vita. La luce che sopraggiunge a Natale non è diversa da questa luce: bisogna prepararsi a riconoscerla e a contemplarla in questi tempi bui. A visitarla.

“La luce vera quella che illumina ogni uomo” (Gv 1, 9), che ci fa stare dalla parte di Dio e degli uomini e delle donne che egli ama.
A tutte e a tutti auguro un Santo Natale.
Palermo, 21 dicembre 2022
+Corrado, Arcivescovo